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A Z
I E N D A
A G R I C O
L A


L’origine del territorio
L’origine del comprensorio risale al
periodo del pleistocene, periodo durante il quale si susseguirono
quattro fasi di glaciazione.
Durante ciascun periodo glaciale si verificarono oscillazioni climatiche
che provocarono l’alternarsi di periodi di massima estensione dei
ghiacci e periodi di ritiro degli stessi. Ogni singola fase glaciale,
caratterizzata da un clima freddo, era separata dalla successiva fase da
un periodo abbastanza caldo (periodo interglaciale) che determinava un
costante ritiro dei ghiacciai. Si ritiene che le cause di queste
glaciazioni siano dovute alla minor attività del sole per la formazione
di macchie solari o per il frapporsi tra sole e terra di nebulose che
hanno ostacolato l’irraggiamento solare. La prima fase fredda,
denominata “Günz”, risale a 1.200.000 anni fa e durò 500.000 anni.
Seguirono circa 50.000 anni di un periodo caldo umido in cui sul
territorio s’instaurarono una flora e una fauna equatoriale. La seconda
fase glaciale fu quella del “Mindel”, che si protrasse da 650.000 a
300.000 anni fa e fu sicuramente la più fredda delle quattro. Seguì così
un periodo caldo di altri 50.000 anni per poi giungere alla terza
glaciazione detta del “Riss” che durò da 250.000 a 120.000 anni fa. Dopo
l’ennesimo ciclo caldo, che durò 30.000 anni, si arrivò al “Würm”che
rappresenta l’ultima fase glaciale sviluppatasi fra 80.000 a 10.000 anni
fa.
Dunque, in ogni fase glaciale, prima di passare ad un periodo caldo si è
avuto un periodo di scioglimento del ghiaccio chiamato “cataglaciale”,
durante il quale le acque di fusione hanno portato a valle un’ingente
quantità di materiale eroso dalle Alpi formando un esteso cono di
deiezione.
Il sovrapporsi di ulteriori coni ghiaiosi nelle varie fasi è andato
progressivamente a riempire la valle del fiume Isonzo, creando ampi
terrazzi che scendono a sud-ovest con una pendenza media del 0.5%.
Terminato, dunque, il periodo Würmiano ed entrati nell’Olocene, il
flusso delle acque calò drasticamente, portando il corso del fiume in
nuovi più stretti alvei. Emersero così, i terrazzi sui quali poi
evolsero i suoli attuali. |
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Pedogenesi
La pedogenesi è il processo di alterazione geologica della roccia
madre che porta alla formazione del suolo. Qualsiasi substrato roccioso
tende nel tempo a raggiungere un equilibrio relativamente stabile con
l’ambiente esterno e in particolare con l’atmosfera, attraverso lente e
profonde modificazioni fisicochimiche.
La formazione di un suolo attraversa vari stadi che hanno inizio da una
frammentazione fisico meccanica esercitata dal clima attraverso forti
escursioni termiche che determinano la fessurazione della roccia
rendendola accessibile all’acqua piovana. Le rocce, essendo costituite
da strati di minerali diversi, tendono a subire forze di dilatazione
diverse al loro interno, disgregandosi a partire dalla superficie
esterna, maggiormente esposta al gelo e al disgelo. A questo processo va
a sommarsi la decomposizione chimica della roccia dovuta all’azione
solvente dell’acqua, che contenendo acido carbonico esercita un’azione
di solubilizzazione del carbonato di calcio contenuto nei minerali. Le
rocce, così decalcificate, diventano più fragili e iniziano a liberare
gli elementi minerali indispensabili all’insediamento dei primi
colonizzatori del suolo che sono i vegetali minori.
I primi organismi ad insediarsi sono i muschi e i licheni che,
producendo particolari enzimi, riescono a degradare biologicamente i
minerali per estrarre gli elementi utili alla formazione della loro
biomassa. Il naturale ciclo biologico di questi vegetali elementari
permette la formazione di un sottile strato organico, rendendo il suolo
capace di ospitare vegetali di superiori esigenze nutritive.
Così, progressivamente, attraverso l’azione combinata dei fenomeni
descritti, arriviamo ad una profonda alterazione dei minerali originari
e alla formazione della frazione organica che costituisce la premessa e
la base dello stato di fertilità. |

Con ritmi lentissimi e nel corso di millenni si assiste alla
differenziazione graduale del terreno in strati ed in orizzonti dovuti
allo spostamento differenziato di alcuni elementi dall’alto verso il
basso.
Volendo semplificare, possiamo identificare in un profilo, tre distinti
orizzonti:
Il primo, il più superficiale, chiamato orizzonte eluviale è il più
ricco in sostanza organica umificata e possiede una maggior attività
microbiologica. Di colore più scuro, subisce l’azione dilavante
dell’acqua che va a lisciviare i carbonati di calcio negli
strati più profondi. Le argille presenti, formatesi dalla decomposizione
dei silicati, sono frammiste ad uno scheletro sassoso che può
rappresentare il 50% del volume.
Il secondo orizzonte, denominato illuviale, costituisce la zona in cui
vanno ad accumularsi i carbonati e alcuni cationi come il ferro,
l’alluminio e altri elementi minori che costituivano la roccia madre.
Infine abbiamo l’ultimo strato, il più profondo, denominato substrato
pedogenetico, costituito puramente da roccia indecomposta così come si
presentava lo strato superficiale all’inizio della degradazione.
Il profilo attuale non rappresenta il punto finale dell’evoluzione del
suolo in quanto il processo di alterazione continuerà fino ad
interessare strati sempre più profondi della roccia arrivando a formare
suoli via via più argillosi, scuri, per l’accumulo di sostanza organica
e dotati di un moderato scheletro limitato a dei minerali duri, non
alterabili, come i graniti e i quarzi.
Questa lenta evoluzione del suolo si chiama ferrettizzazione e si
svilupperà ancora per migliaia e migliaia di anni fino a quando altri
movimenti orogenetici modificheranno la superficie della crosta
terrestre o altre glaciazioni ricopriranno il territorio di ulteriori
materiali rocciosi provenienti dalle Alpi. |
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Il Terroir
La natura della roccia e la stratificazione del suolo influenzano
direttamente il comportamento delle piante, in quanto influiscono
sull’assorbimento dell’acqua e degli elementi minerali.
La vite è fra le piante più sensibili al mutare di queste condizioni
pedoambientali e anche se possiede una certa rusticità, che le permette
di adattarsi ai suoli più disparati, risponde fisiologicamente in modo
diverso anche a limitate variazioni.
Questa particolare risposta fa sì che ogni vigneto e quindi il vino che
ne deriva, rappresenti un’unità inscindibile con il territorio che l’ha
generato divenendo un patrimonio naturale unico e irriproducibile.
Sono queste le motivazioni per le quali abbiamo ritenuto giusto
vinificare distintamente le nostre uve conservando in purezza
l’espressione del sito di origine.
Per meglio descrivere il nostro comprensorio dobbiamo far notare che non
tutti i suoli coincidono per caratteristiche e formazione con i suoli
che vi abbiamo descritto nel precedente capitolo. Bisogna infatti fare
un distinguo tra suoli autoctoni, cioè formati in loco e suoli
alloctoni, che formatisi altrove, vengono trasportati dalle acque e poi
sedimentati. I primi rappresentano quelli che vi abbiamo già descritto,
sui quali insiste la nostra viticoltura. I secondi invece sono suoli
formati da recenti alluvioni per opera di torrenti che hanno trasportato
argille provenienti da colline moreniche.
I suoli così formati sono completamente privi di scheletro e composti
essenzialmente da argille molto compatte che vanno a costituire un
profilo profondo, uniforme e privo di stratificazioni. L’alta fertilità
e l’abbondante disponibilità idrica di questi siti, permette una
viticoltura più rigogliosa e quindi orientata verso obiettivi enologici
diversi.
Delle medesime caratteristiche sono i colluvi, i quali sono formati da
argille provenienti dall’erosione superficiale dei pendii morenici.
Questi tipi di suoli si depositano ai piedi delle colline andando a
ricoprire i terrazzi eocenici lungo una stretta fascia. Si presenta così
un territorio differenziato in due tipologie ben distinte di suoli, tra
i quali quelli derivanti dall’alterazione in loco della roccia
rappresentano per noi i siti viticoli più importanti. |
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